UNA QUESTIONE POLITICA
Credo che non sia mai un bene far
diventare politiche questioni personali e viceversa. Deve esserci un
limite e un confine fra le considerazioni sulle idee e i comportamenti e
quelle che afferiscono alle persone.
Per questo mi sono interrogato a lungo circa l’opportunità di pubblicare questo pezzo di Franco, non perché abbia le caratteristiche della “brutta politica”, tutt’altro, ma perché potrebbe essere letto come una confusione pericolosa fra gli attacchi personali e la battaglia politica. Io che, di attacchi personali e di calunnie ne ho subiti e ne subisco davvero tanti, di q
ueste questioni me ne intendo.
Il fatto è che – quando la politica diventa clientela, pratiche finalizzate unicamente alla gestione del potere, condite con minacce, ricatti e ricattini… e quando questo dura troppo a lungo – per forza le persone diventano simboli e le considerazioni politiche finiscono per diventare considerazioni personali. C’è un gran bisogno di spazzare via tutto questo,a cominciare da brutte pratiche e costumi delle forze politiche che agli occhi dell’opinione pubblica rappresentano la speranza di una resurrezione italiana. Il PD in primis. Il post surreale (ma assolutamente reale) di Franco ci illustra meglio di tante analisi di cosa ci sarebbe bisogno per ridare dignità alla politica e alle persone che se ne occupano. Le cose che lui racconta ve le potete sentir dire da un qualunque grugliaschese appassionato della sua città e preoccupato per la deriva che ha preso. Quella contro la quale stiamo lavorando, per dare a questa città prospettive, aria pulita e tanto rispetto. Buona lettura.
La storia di Robello Monzù di F. Maletti
(Subito una precisazione per rendere comprensibile il seguito dello scritto: “Robello Monzù” è il nome di un sodalizio: rappresentato dalla fusione dei nomi Roberto e Marcello, e dai cognomi Montà e Mazzù).
Risale ad almeno cinque anni fa la decisione di Marcello Mazzù di designare come suo successore alla carica di sindaco di Grugliasco Roberto Montà, plasmandolo il più possibile a sua immagine e somiglianza. E, pur di raggiungere questo obiettivo nulla è stato lasciato al caso: anche perchè nelle votazioni recenti del 2007 è inquietante che un assessore uscente che si presenta in lista come candidato non venga nemmeno eletto.
Ma, nello stesso tempo, è la prova evidente anche per lui del suo bisogno di “vincere facile”. Se necessario anche a dispetto della democrazia. Infatti le elezioni sono sempre un rischio. Tant’è che Luigi Turco ed Anna Cuntrò, hanno preferito non candidarsi, e (operazione si presume “a buon rendere”) essere nominati assessore dal sindaco Mazzù a votazioni avvenute.
Per un sindaco non è necessario avere un grande acume per individuare tra i consiglieri eletti quelli che sono difficilmente condizionabili e nello stesso tempo quelli che potrebbero fare ombra al suo protetto. Tant’è che, con una accorta distribuzione degli incarichi, anche al di fuori del palazzo comunale, è stato facile fare in modo che in breve tempo la stella di Robello Monzù brillasse più di ogni altra: al punto di offuscare agli occhi di tutti ogni altro pretendente alla poltrona di sindaco. D’altronde il ragazzo si presenta bene: ha la parlantina sciolta, è giovane, sa gestire molto bene le informazioni utili al potere senza condividerle con altri, sa tacere e girare la testa dall’altra parte quando è necessario. Oltretutto, al momento del lancio della sua candidatura a sindaco, potrà vantare l’invidiabile primato di dodici anni interrotti come assessore in Grugliasco: e con deleghe non da poco, come quella delicata del Bilancio.
A questo punto per il sindaco rimane soltanto una cosa da fare: addomesticare il Partito Democratico in modo tale che il sindaco ed il partito siano di fatto la stessa persona. Tutto questo avverrà nel tempo e in modo metodico, anche se democraticamente discutibile.
Per prima cosa il Sindaco, appena eletto con il sessanta e passa per cento dei suffragi, si autonomina “faraone”. Da quel momento lui non si considera solo la massima espressione a livello locale del nascente Partito Democratico: ma è Lui il partito stesso. Quindi guai a chi osa criticarlo, guai a chi osa contraddirlo, guai a chi osa chiedere ragione di alcunchè. Nemmeno se la motivazione è quella di tenere informati i cittadini.
Il capolavoro viene realizzato con le ultime primarie del Partito Democratico, presentando come segretario di Circolo una sola candidatura: quella del consigliere Pier Paolo Soncin. A chi faceva notare che un Segretario di Circolo, che è anche consigliere, è facilmente “suggestionabile” da parte del sindaco, entrambi gli interessati hanno risposto con un “figuriamoci”. E, a dimostrazione di grande liberalità, è stata composta una sola lista per il Direttivo che comprendeva proprio tutti. La sera stessa del Congresso qualcuno ha capito che qualcosa non quadrava quando si è scoperto che i nominativi dei delegati al Congresso provinciale e al Congresso regionale erano stati decisi su insindacabile giudizio del sindaco stesso. Quando qualcuno a chiesto di conoscere almeno quali erano stati i criteri di scelta la risposta del sindaco è stata di un imbarazzato silenzio, che ha fatto rimbombare la sala del vuoto di democrazia espresso. Ma il bello è venuto subito dopo, perché il segretario Soncin, appena eletto, con grande enfasi ha detto che, poiché le sue idee erano grandiose, l’unico modo per realizzarle era quello di costituire una “segreteria” di VENTI persone da lui selezionate. E che questo, si “era informato”, era una facoltà statutariamente consentitagli.
Inutile aggiungere che la segreteria di ventuno persone escludeva la maggior parte dei “cattivi”. Inutile dire che tra le ventuno persone la presenza femminile era ridotta “statutariamente” a sei. Inutile dire che da quel momento il Direttivo veniva convocato soltanto per prendere atto delle decisioni. Inutile dire che il ruolo del segretario era ridotto a quello di notaio, mentre relazione e conclusioni le faceva il sindaco. Inutile dire che mai nulla è stato messo in votazione: perché veniva dato per scontato “l’unanime consenso” anche quando unanime non lo era. Per arrivare, alla fine, con la candidatura d’imperio di Robello Monzù: presentata con un documento a firma di un gruppo di persone tra le quali (guarda la combinazione!) c’era anche la firma del sindaco. Con la ”incazzatura” conseguente di alcuni dissenzienti che, non condividendo il metodo, si candidavano anche loro. (Basti pensare, in proposito, che la somma delle firme necessarie per la presentazione della candidatura da parte dei dissenzienti, è superiore alla somma delle firme raccolte da Robello Monzù: il che la dice lunga sul suo livello di consenso e di rappresentanza goduti tra gli iscritti all’interno dello stesso circolo del PD).
Poi ci sono state le Primarie, che tutti sanno come sono andate. Ma dove tutti hanno anche visto quanti soldi sono stati spesi, da chi e in che modo, quali e quante promesse sono state fatte, pur di far vincere (senza risultati entusiasmanti e nettamente inferiori alle aspettative) Robello Monzù. Lo stesso Robello Monzù che adesso pretende da tutti l’onore dovuto al vincitore come se si fosse trattato di un confronto leale e democratico, e soprattutto con “identico” utilizzo di risorse. Per cui, ora, l’intera coalizione che ha partecipato alle primarie dovrebbe, senza discutere, “prendere ordini” soltanto da lui.
In questi giorni, in uno slancio “democratico”, il Comitato che sostiene la candidatura di Robello, ha creato nel Circolo alcuni Gruppi di Lavoro divisi per aree tematiche ed aventi il compito di elaborare il programma del futuro sindaco. In queste aree tematiche sono stati inseriti, a dimostrazione di “democrazia” anche i nominativi di alcuni dissenzienti storici. Tra questi c’è anche il mio nominativo. Io ovviamente non partecipo a queste riunioni. Ma evidentemente all’esterno fa molto “fine” farlo credere. Ciò che rende ancora più ridicola la cosa è che ogni gruppo di lavoro ha un “tutor”: che è poi l’attuale assessore di riferimento se questi è del PD, oppure persona fidata se non c’è assessore di riferimento di area PD. Il che fa facilmente concludere che, non solo il programma è già deciso, non solo è vietato criticare l’operato nel passato recente, ma che addirittura tutti i “posti futuri” sono probabilmente già assegnati.
Dulcis in fundo, è arrivata una penosa lettera a firma del segretario Soncin dove, nel ricordare democraticamente ad ogni iscritto in regola con il tesseramento al Partito Democratico la sua facoltà di chiedere di essere messo in lista sottoponendo il proprio nominativo alla valutazione di un commissione apposita composta da tre persone e comprendente tra questi Soncin stesso ed il sindaco uscente (non importa il nome del terzo, tanto è già in minoranza) si precisa che, con la eventuale richiesta, deve essere tassativamente allegato un documento che impegna la persona a fare, oltre la ovvia campagna elettorale per la elezione a consigliere di se stesso, anche a fare “lealmente la campagna elettorale per la elezione a sindaco di Roberto Montà”…( coda di paglia?).
Ma io, ad esempio, questo ibrido Robello Monzù non lo voterò mai. Nemmeno fosse l’ultimo candidato di questo mondo. E per una serie svariata di ragioni: prima fra tutte il fatto che è da questo genere di persone che il Partito Democratico (se vuole il consenso dalla gente che crede nella democrazia e nella politica come espressione della volontà popolare) deve sapersi difendere.
Ma poi non condivido il fatto che Robello Monzù abbia attualmente in Regione un contratto co.co.co. soltanto perché, parole sue, “Questo gli consentiva di continuare a beneficiare dell’indennità piena come assessore. Cosa che non sarebbe stata possibile se fosse risultato lavoratore subordinato”. Giudico questo fatto immorale, e ancora di più averlo reso pubblico: in quanto, evidentemente, da lui stesso basato sulla presunzione che chi ascolta possa condividere ed assolvere un simile operato.
Non condivido il modo con il quale è stata presentata la sua candidatura, smaccatamente sponsorizzata anche dal sindaco. Lo stesso sindaco che per ogni suo atto vanta la sua imparzialità e la sua trasparenza.
Non condivido che alla proposta di Montiglio e di Amarù di ritirare tutti e tre la candidatura al fine di raggiungere all’interno del Circolo l’accordo su una candidatura democraticamente discussa e condivisa, Robello Monzù abbia arrogantemente risposto di NO.
Infine, non condivido l’idea che Grugliasco venga consegnata per i prossimi dieci anni ad un simile personaggio: perché credo che Grugliasco sia ampiamente in grado di proporre di meglio.
Franco Maletti
N.B. Un consiglio. Dopo avere ascoltato le manifestazioni di sdegno. Lo stupore per la mia ingratitudine, per la mia incoerenza, per le mie “falsità”. La minaccia di “azioni legali” nei miei confronti e addirittura il mio “essere fuori dal Partito Democratico”, provate a chiedere a chi dice tutto questo che cosa PERSONALMENTE ci perderebbe se Roberto Montà non venisse eletto alla carica di sindaco di Grugliasco. E ascoltate bene quello che vi risponderanno. Perché in futuro, forse, vi sarà utile ricordarlo.
febbraio 2012
franco.maletti@libero.it
Per questo mi sono interrogato a lungo circa l’opportunità di pubblicare questo pezzo di Franco, non perché abbia le caratteristiche della “brutta politica”, tutt’altro, ma perché potrebbe essere letto come una confusione pericolosa fra gli attacchi personali e la battaglia politica. Io che, di attacchi personali e di calunnie ne ho subiti e ne subisco davvero tanti, di q
Il fatto è che – quando la politica diventa clientela, pratiche finalizzate unicamente alla gestione del potere, condite con minacce, ricatti e ricattini… e quando questo dura troppo a lungo – per forza le persone diventano simboli e le considerazioni politiche finiscono per diventare considerazioni personali. C’è un gran bisogno di spazzare via tutto questo,a cominciare da brutte pratiche e costumi delle forze politiche che agli occhi dell’opinione pubblica rappresentano la speranza di una resurrezione italiana. Il PD in primis. Il post surreale (ma assolutamente reale) di Franco ci illustra meglio di tante analisi di cosa ci sarebbe bisogno per ridare dignità alla politica e alle persone che se ne occupano. Le cose che lui racconta ve le potete sentir dire da un qualunque grugliaschese appassionato della sua città e preoccupato per la deriva che ha preso. Quella contro la quale stiamo lavorando, per dare a questa città prospettive, aria pulita e tanto rispetto. Buona lettura.
La storia di Robello Monzù di F. Maletti
(Subito una precisazione per rendere comprensibile il seguito dello scritto: “Robello Monzù” è il nome di un sodalizio: rappresentato dalla fusione dei nomi Roberto e Marcello, e dai cognomi Montà e Mazzù).
Risale ad almeno cinque anni fa la decisione di Marcello Mazzù di designare come suo successore alla carica di sindaco di Grugliasco Roberto Montà, plasmandolo il più possibile a sua immagine e somiglianza. E, pur di raggiungere questo obiettivo nulla è stato lasciato al caso: anche perchè nelle votazioni recenti del 2007 è inquietante che un assessore uscente che si presenta in lista come candidato non venga nemmeno eletto.
Ma, nello stesso tempo, è la prova evidente anche per lui del suo bisogno di “vincere facile”. Se necessario anche a dispetto della democrazia. Infatti le elezioni sono sempre un rischio. Tant’è che Luigi Turco ed Anna Cuntrò, hanno preferito non candidarsi, e (operazione si presume “a buon rendere”) essere nominati assessore dal sindaco Mazzù a votazioni avvenute.
Per un sindaco non è necessario avere un grande acume per individuare tra i consiglieri eletti quelli che sono difficilmente condizionabili e nello stesso tempo quelli che potrebbero fare ombra al suo protetto. Tant’è che, con una accorta distribuzione degli incarichi, anche al di fuori del palazzo comunale, è stato facile fare in modo che in breve tempo la stella di Robello Monzù brillasse più di ogni altra: al punto di offuscare agli occhi di tutti ogni altro pretendente alla poltrona di sindaco. D’altronde il ragazzo si presenta bene: ha la parlantina sciolta, è giovane, sa gestire molto bene le informazioni utili al potere senza condividerle con altri, sa tacere e girare la testa dall’altra parte quando è necessario. Oltretutto, al momento del lancio della sua candidatura a sindaco, potrà vantare l’invidiabile primato di dodici anni interrotti come assessore in Grugliasco: e con deleghe non da poco, come quella delicata del Bilancio.
A questo punto per il sindaco rimane soltanto una cosa da fare: addomesticare il Partito Democratico in modo tale che il sindaco ed il partito siano di fatto la stessa persona. Tutto questo avverrà nel tempo e in modo metodico, anche se democraticamente discutibile.
Per prima cosa il Sindaco, appena eletto con il sessanta e passa per cento dei suffragi, si autonomina “faraone”. Da quel momento lui non si considera solo la massima espressione a livello locale del nascente Partito Democratico: ma è Lui il partito stesso. Quindi guai a chi osa criticarlo, guai a chi osa contraddirlo, guai a chi osa chiedere ragione di alcunchè. Nemmeno se la motivazione è quella di tenere informati i cittadini.
Il capolavoro viene realizzato con le ultime primarie del Partito Democratico, presentando come segretario di Circolo una sola candidatura: quella del consigliere Pier Paolo Soncin. A chi faceva notare che un Segretario di Circolo, che è anche consigliere, è facilmente “suggestionabile” da parte del sindaco, entrambi gli interessati hanno risposto con un “figuriamoci”. E, a dimostrazione di grande liberalità, è stata composta una sola lista per il Direttivo che comprendeva proprio tutti. La sera stessa del Congresso qualcuno ha capito che qualcosa non quadrava quando si è scoperto che i nominativi dei delegati al Congresso provinciale e al Congresso regionale erano stati decisi su insindacabile giudizio del sindaco stesso. Quando qualcuno a chiesto di conoscere almeno quali erano stati i criteri di scelta la risposta del sindaco è stata di un imbarazzato silenzio, che ha fatto rimbombare la sala del vuoto di democrazia espresso. Ma il bello è venuto subito dopo, perché il segretario Soncin, appena eletto, con grande enfasi ha detto che, poiché le sue idee erano grandiose, l’unico modo per realizzarle era quello di costituire una “segreteria” di VENTI persone da lui selezionate. E che questo, si “era informato”, era una facoltà statutariamente consentitagli.
Inutile aggiungere che la segreteria di ventuno persone escludeva la maggior parte dei “cattivi”. Inutile dire che tra le ventuno persone la presenza femminile era ridotta “statutariamente” a sei. Inutile dire che da quel momento il Direttivo veniva convocato soltanto per prendere atto delle decisioni. Inutile dire che il ruolo del segretario era ridotto a quello di notaio, mentre relazione e conclusioni le faceva il sindaco. Inutile dire che mai nulla è stato messo in votazione: perché veniva dato per scontato “l’unanime consenso” anche quando unanime non lo era. Per arrivare, alla fine, con la candidatura d’imperio di Robello Monzù: presentata con un documento a firma di un gruppo di persone tra le quali (guarda la combinazione!) c’era anche la firma del sindaco. Con la ”incazzatura” conseguente di alcuni dissenzienti che, non condividendo il metodo, si candidavano anche loro. (Basti pensare, in proposito, che la somma delle firme necessarie per la presentazione della candidatura da parte dei dissenzienti, è superiore alla somma delle firme raccolte da Robello Monzù: il che la dice lunga sul suo livello di consenso e di rappresentanza goduti tra gli iscritti all’interno dello stesso circolo del PD).
Poi ci sono state le Primarie, che tutti sanno come sono andate. Ma dove tutti hanno anche visto quanti soldi sono stati spesi, da chi e in che modo, quali e quante promesse sono state fatte, pur di far vincere (senza risultati entusiasmanti e nettamente inferiori alle aspettative) Robello Monzù. Lo stesso Robello Monzù che adesso pretende da tutti l’onore dovuto al vincitore come se si fosse trattato di un confronto leale e democratico, e soprattutto con “identico” utilizzo di risorse. Per cui, ora, l’intera coalizione che ha partecipato alle primarie dovrebbe, senza discutere, “prendere ordini” soltanto da lui.
In questi giorni, in uno slancio “democratico”, il Comitato che sostiene la candidatura di Robello, ha creato nel Circolo alcuni Gruppi di Lavoro divisi per aree tematiche ed aventi il compito di elaborare il programma del futuro sindaco. In queste aree tematiche sono stati inseriti, a dimostrazione di “democrazia” anche i nominativi di alcuni dissenzienti storici. Tra questi c’è anche il mio nominativo. Io ovviamente non partecipo a queste riunioni. Ma evidentemente all’esterno fa molto “fine” farlo credere. Ciò che rende ancora più ridicola la cosa è che ogni gruppo di lavoro ha un “tutor”: che è poi l’attuale assessore di riferimento se questi è del PD, oppure persona fidata se non c’è assessore di riferimento di area PD. Il che fa facilmente concludere che, non solo il programma è già deciso, non solo è vietato criticare l’operato nel passato recente, ma che addirittura tutti i “posti futuri” sono probabilmente già assegnati.
Dulcis in fundo, è arrivata una penosa lettera a firma del segretario Soncin dove, nel ricordare democraticamente ad ogni iscritto in regola con il tesseramento al Partito Democratico la sua facoltà di chiedere di essere messo in lista sottoponendo il proprio nominativo alla valutazione di un commissione apposita composta da tre persone e comprendente tra questi Soncin stesso ed il sindaco uscente (non importa il nome del terzo, tanto è già in minoranza) si precisa che, con la eventuale richiesta, deve essere tassativamente allegato un documento che impegna la persona a fare, oltre la ovvia campagna elettorale per la elezione a consigliere di se stesso, anche a fare “lealmente la campagna elettorale per la elezione a sindaco di Roberto Montà”…( coda di paglia?).
Ma io, ad esempio, questo ibrido Robello Monzù non lo voterò mai. Nemmeno fosse l’ultimo candidato di questo mondo. E per una serie svariata di ragioni: prima fra tutte il fatto che è da questo genere di persone che il Partito Democratico (se vuole il consenso dalla gente che crede nella democrazia e nella politica come espressione della volontà popolare) deve sapersi difendere.
Ma poi non condivido il fatto che Robello Monzù abbia attualmente in Regione un contratto co.co.co. soltanto perché, parole sue, “Questo gli consentiva di continuare a beneficiare dell’indennità piena come assessore. Cosa che non sarebbe stata possibile se fosse risultato lavoratore subordinato”. Giudico questo fatto immorale, e ancora di più averlo reso pubblico: in quanto, evidentemente, da lui stesso basato sulla presunzione che chi ascolta possa condividere ed assolvere un simile operato.
Non condivido il modo con il quale è stata presentata la sua candidatura, smaccatamente sponsorizzata anche dal sindaco. Lo stesso sindaco che per ogni suo atto vanta la sua imparzialità e la sua trasparenza.
Non condivido che alla proposta di Montiglio e di Amarù di ritirare tutti e tre la candidatura al fine di raggiungere all’interno del Circolo l’accordo su una candidatura democraticamente discussa e condivisa, Robello Monzù abbia arrogantemente risposto di NO.
Infine, non condivido l’idea che Grugliasco venga consegnata per i prossimi dieci anni ad un simile personaggio: perché credo che Grugliasco sia ampiamente in grado di proporre di meglio.
Franco Maletti
N.B. Un consiglio. Dopo avere ascoltato le manifestazioni di sdegno. Lo stupore per la mia ingratitudine, per la mia incoerenza, per le mie “falsità”. La minaccia di “azioni legali” nei miei confronti e addirittura il mio “essere fuori dal Partito Democratico”, provate a chiedere a chi dice tutto questo che cosa PERSONALMENTE ci perderebbe se Roberto Montà non venisse eletto alla carica di sindaco di Grugliasco. E ascoltate bene quello che vi risponderanno. Perché in futuro, forse, vi sarà utile ricordarlo.
febbraio 2012
franco.maletti@libero.it
TURIGLIATTO SINDACO
L’impegno per la città dove vive e lavora. Da "PUNTO DI VISTA", n. 19 del febbraio 2012
Ritorno al futuro intervista a cura di Giovanni Lava
Pur essendo diventato nonno sei mesi fa, Mariano Turigliatto non
abbandona le barricate di una vita. A 57 anni, portati decisamente bene,
ha deciso dopo lunga e combattuta meditazione che Grugliasco merita un
nuovo sacrificio, la candidatura a sindaco della città, ruolo già
ricoperto per circa otto anni alla guida di quella che fu definita la
“Primavera grugliaschese”, seguita all’inverno rappresentato dallo
scandalo Le Gru e alla decapitazione ad opera della magistratura di
tutta la classe politica del centrosinistra che era al governo della
città sin dal dopoguerra. Dopo l’esperienza in Regione come consigliere
della lista Bresso, due anni fa è stato “scomunicato” per la seconda
volta dalla casta dei partiti di centrosinistra a causa di questo
giornale che racconta quanto non va raccontato. La prima volta avvenne
nel 1997 quando il centrosinistra in combutta con il centrodestra lo
fece decadere da sindaco, per poi essere sbaragliato al primo turno
nelle successive elezioni comunali. Oggi Mariano Turigliatto – a quanto
emerge dall’intervista che segue – è pronto a dare battaglia di nuovo
con l’energia e l’intelligenza di sempre.
Dopo tante discussioni sull’opportunità o meno di una tua candidatura a sindaco di Grugliasco, che cosa alla fine ti ha spinto ad accettare? Lasciamo per un momento da parte la mia storia politica. Io innanzitutto sono un cittadino di Grugliasco. È dal 1972 che insegno nelle scuole di Grugliasco e ancora vi insegno. Vi abito da quando mi sono sposato, mia moglie lavora qui, i miei due figli vivono qui, la mia nipotina vive qui.
Vuoi che non mi stia a cuore il futuro di questa città, una città mai caduta tanto in basso come con questa amministrazione, capace solo di coltivare clientele e produrre una distanza abissale tra politica e cittadini?
Bastano queste credenziali per candidarsi a sindaco? Beh, non è poco. In ogni caso fino a qualche settimana sono stato presidente del Conig, un consorzio privato di imprese, e poi, lo confesso, sono anche stato sindaco per otto anni riportando insieme alla squadra di governo e a tantissimi cittadini impegnati in prima fila la città all’onore del mondo, onore che aveva perso così malamente. Allora se guardando al futuro dico che credo di conoscere le potenzialità e le criticità della città, forse so di cosa sto parlando.
Guardando al futuro, secondo te quali sono le potenzialità e le criticità della città? Le potenzialità e le criticità sono molte, ma per brevità soffermiamoci sulle quattro più importanti per dare un’idea del lavoro da fare. Innanzitutto l’università. Tutto è fermo a dieci anni fa, perché al di là delle chiacchiere non si è mosso nulla. Occorre recuperare la capacità progettuale di allora per fare ripartire il circolo virtuoso. Università vuol dire studenti, residenze, attività economiche, vitalità urbana, ma vuol dire soprattutto ricerca e supporto al rilancio di corso Allamano.
In che senso corso Allamano rappresenta una potenzialità? Per corso Allamano intendo l’area industriale che lo circonda. Conosco molto bene la situazione non fosse altro che come presidente del Conig ho guidato l’insediamento di ben 30 nuove imprese. Non si può pensare che man mano che le fabbriche chiudono quei grandi contenitori vengano trasformati in centri commerciali e case, case e poi case ancora, come sta accadendo a Lesna. A Grugliasco c’è bisogno di lavoro, di quello vero. Allora occorre che l’amministrazione metta insieme i tanti progetti - e ce ne sono – per rilanciare un’area già fortemente infrastrutturata in modo da attirare le imprese non tanto con incentivi economici, ma garantendo loro il supporto della ricerca e dell’innovazione che viene dall’università e non solo. Io lo chiamo il lavoro del futuro.
Università, lavoro e poi? E poi bisogna smettere di costruire dopo un decennio caratterizzato da un consumo massiccio del territorio. Bisogna risalire agli anni Sessanta per trovare delle analogie. Occorre avviare una politica di recupero delle aree dismesse, ma anche di rinaturalizzazione di quelle che sono state compromesse. Piantare alberi tutto dove si può, perché gli alberi ripuliscono l’aria e portare il nostro contributo a stabilizzare un clima sempre più impazzito a causa dell’effetto serra.
Inceneritore, Tav, corso Marche, le grandi infrastrutture che interessano Grugliasco … Grandi infrastrutture, grandi criticità. Grazie all’arrendevolezza dei nostri amministratori l’inceneritore non è ancora finito e già si parla di ampliarlo; la Tav, a differenza che in tutti gli altri comuni, a Grugliasco è previsto che passera in trincea invece che in galleria e dulcis in fundo per realizzare corso Marche si parla incessantemente di un progetto “Capitol”, torri di 60 piani da costruire nelle sue vicinanze, per pagarne il proseguimento da corso Francia a corso Tazzoli. Occorre un sindaco capace di dire dei SI’ ma anche dei NO, un’amministrazione autorevole capace di occuparsi del presente ma anche del futuro, anche a costo di essere impopolare.
Il programma tratteggiato per Grugliasco non mi sembra né estremista nè di destra, ma piuttosto di una onesta amministrazione di centrosinistra o no. Infatti è un programma tipico dell’amministrazione di una sinistra riformista.
Ma se è così, perché non lo ha proposto al centrosinistra partecipando alle primarie di coalizione? Gli Ecologisti-Verdi Europei hanno presentato la mia candidatura nei tempi e secondo le regole stabilite, ma è stata bocciata arbitrariamente dagli altri partiti di centrosinistra.
E con quale motivazione? La motivazione ufficiale è stata che, avendo l’amministrazione Mazzù-Montà operata ottimamente e avendola io molto criticata, non potevo essere ammesso alle primarie.
Beh, che tu li abbia criticati anche aspramente mi pare sia la verità. Infatti, ma le primarie a mio modo di vedere dovrebbero essere lo strumento per scegliere non solo tra le persone, ma anche tra progetti, programmi, metodi diversi, altrimenti che primarie sono? In realtà mi hanno estromesso, stoltamente, perché temevano di essere battuti.
Perché stoltamente? Perché così mi hanno reso il compito più facile e cioè di batterli alle elezioni, quelle che contano. E hanno dimostrato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, lo strano concetto di democrazia di cui sono portatori e che hanno praticato in tutti questi anni: chi dissente, chi ha delle critiche o riserve da fare sul loro operato va eliminato.
La tua sarà una battaglia solitaria o avrai degli alleati? La situazione è ancora in evoluzione, al momento sarò sostenuto da tre liste: la lista civica Grugliasco Democratica che alle ultime elezioni aveva raccolto il 10 % dei consensi, la lista degli Ecologisti e la lista di sinistra Impegno per Grugliasco. Sono in corso incontri e abboccamenti vari con cittadini e forze politiche che mostrano un entusiasmo che non mi aspettavo, per cui non escludo che possano entrare a far parte della coalizione altre liste.
Qualcuno però storce il naso e sostiene che in ogni caso saresti una minestra riscaldata. Ha ragione. Voglio solo far notare che il mio avversario, Montà, fa l’assessore da 12 anni, vive di politica, nel senso materiale del termine, per cui tra i due il più “nuovo” alla fine sono io. Comunque a proposito di minestre riscaldate, meglio una buona minestra riscaldata che una sbobba indigesta. O no?
Tratto da “Punto di Vista” n. 19
intervista a cura di Giovanni Lava
Ritorno al futuro intervista a cura di Giovanni Lava
Dopo tante discussioni sull’opportunità o meno di una tua candidatura a sindaco di Grugliasco, che cosa alla fine ti ha spinto ad accettare? Lasciamo per un momento da parte la mia storia politica. Io innanzitutto sono un cittadino di Grugliasco. È dal 1972 che insegno nelle scuole di Grugliasco e ancora vi insegno. Vi abito da quando mi sono sposato, mia moglie lavora qui, i miei due figli vivono qui, la mia nipotina vive qui.
Vuoi che non mi stia a cuore il futuro di questa città, una città mai caduta tanto in basso come con questa amministrazione, capace solo di coltivare clientele e produrre una distanza abissale tra politica e cittadini?
Bastano queste credenziali per candidarsi a sindaco? Beh, non è poco. In ogni caso fino a qualche settimana sono stato presidente del Conig, un consorzio privato di imprese, e poi, lo confesso, sono anche stato sindaco per otto anni riportando insieme alla squadra di governo e a tantissimi cittadini impegnati in prima fila la città all’onore del mondo, onore che aveva perso così malamente. Allora se guardando al futuro dico che credo di conoscere le potenzialità e le criticità della città, forse so di cosa sto parlando.
Guardando al futuro, secondo te quali sono le potenzialità e le criticità della città? Le potenzialità e le criticità sono molte, ma per brevità soffermiamoci sulle quattro più importanti per dare un’idea del lavoro da fare. Innanzitutto l’università. Tutto è fermo a dieci anni fa, perché al di là delle chiacchiere non si è mosso nulla. Occorre recuperare la capacità progettuale di allora per fare ripartire il circolo virtuoso. Università vuol dire studenti, residenze, attività economiche, vitalità urbana, ma vuol dire soprattutto ricerca e supporto al rilancio di corso Allamano.
In che senso corso Allamano rappresenta una potenzialità? Per corso Allamano intendo l’area industriale che lo circonda. Conosco molto bene la situazione non fosse altro che come presidente del Conig ho guidato l’insediamento di ben 30 nuove imprese. Non si può pensare che man mano che le fabbriche chiudono quei grandi contenitori vengano trasformati in centri commerciali e case, case e poi case ancora, come sta accadendo a Lesna. A Grugliasco c’è bisogno di lavoro, di quello vero. Allora occorre che l’amministrazione metta insieme i tanti progetti - e ce ne sono – per rilanciare un’area già fortemente infrastrutturata in modo da attirare le imprese non tanto con incentivi economici, ma garantendo loro il supporto della ricerca e dell’innovazione che viene dall’università e non solo. Io lo chiamo il lavoro del futuro.
Università, lavoro e poi? E poi bisogna smettere di costruire dopo un decennio caratterizzato da un consumo massiccio del territorio. Bisogna risalire agli anni Sessanta per trovare delle analogie. Occorre avviare una politica di recupero delle aree dismesse, ma anche di rinaturalizzazione di quelle che sono state compromesse. Piantare alberi tutto dove si può, perché gli alberi ripuliscono l’aria e portare il nostro contributo a stabilizzare un clima sempre più impazzito a causa dell’effetto serra.
Inceneritore, Tav, corso Marche, le grandi infrastrutture che interessano Grugliasco … Grandi infrastrutture, grandi criticità. Grazie all’arrendevolezza dei nostri amministratori l’inceneritore non è ancora finito e già si parla di ampliarlo; la Tav, a differenza che in tutti gli altri comuni, a Grugliasco è previsto che passera in trincea invece che in galleria e dulcis in fundo per realizzare corso Marche si parla incessantemente di un progetto “Capitol”, torri di 60 piani da costruire nelle sue vicinanze, per pagarne il proseguimento da corso Francia a corso Tazzoli. Occorre un sindaco capace di dire dei SI’ ma anche dei NO, un’amministrazione autorevole capace di occuparsi del presente ma anche del futuro, anche a costo di essere impopolare.
Il programma tratteggiato per Grugliasco non mi sembra né estremista nè di destra, ma piuttosto di una onesta amministrazione di centrosinistra o no. Infatti è un programma tipico dell’amministrazione di una sinistra riformista.
Ma se è così, perché non lo ha proposto al centrosinistra partecipando alle primarie di coalizione? Gli Ecologisti-Verdi Europei hanno presentato la mia candidatura nei tempi e secondo le regole stabilite, ma è stata bocciata arbitrariamente dagli altri partiti di centrosinistra.
E con quale motivazione? La motivazione ufficiale è stata che, avendo l’amministrazione Mazzù-Montà operata ottimamente e avendola io molto criticata, non potevo essere ammesso alle primarie.
Beh, che tu li abbia criticati anche aspramente mi pare sia la verità. Infatti, ma le primarie a mio modo di vedere dovrebbero essere lo strumento per scegliere non solo tra le persone, ma anche tra progetti, programmi, metodi diversi, altrimenti che primarie sono? In realtà mi hanno estromesso, stoltamente, perché temevano di essere battuti.
Perché stoltamente? Perché così mi hanno reso il compito più facile e cioè di batterli alle elezioni, quelle che contano. E hanno dimostrato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, lo strano concetto di democrazia di cui sono portatori e che hanno praticato in tutti questi anni: chi dissente, chi ha delle critiche o riserve da fare sul loro operato va eliminato.
La tua sarà una battaglia solitaria o avrai degli alleati? La situazione è ancora in evoluzione, al momento sarò sostenuto da tre liste: la lista civica Grugliasco Democratica che alle ultime elezioni aveva raccolto il 10 % dei consensi, la lista degli Ecologisti e la lista di sinistra Impegno per Grugliasco. Sono in corso incontri e abboccamenti vari con cittadini e forze politiche che mostrano un entusiasmo che non mi aspettavo, per cui non escludo che possano entrare a far parte della coalizione altre liste.
Qualcuno però storce il naso e sostiene che in ogni caso saresti una minestra riscaldata. Ha ragione. Voglio solo far notare che il mio avversario, Montà, fa l’assessore da 12 anni, vive di politica, nel senso materiale del termine, per cui tra i due il più “nuovo” alla fine sono io. Comunque a proposito di minestre riscaldate, meglio una buona minestra riscaldata che una sbobba indigesta. O no?
Tratto da “Punto di Vista” n. 19
intervista a cura di Giovanni Lava
AMIANTO: SENTENZA MODELLO
In questi giorni fioccano i commenti alla
sentenza esemplare e alle condanne comminate dal Tribunale di Torino ai
responsabili delle morti dei lavoratori e di chi ci stava vicino.
Convivere con l’amianto
Ho cominciato il mio lavoro di maestro elementare nell’aprile del 1973
(trentanove anni fa!), assunto dal Comune di Grugliasco per i corsi del
doposcuola che funsero da “apripista” all’istituzione della scuola a
Tempo Pieno. La mia scuola di destinazione fu la “Bruno Ciari”, in borgata Fabbrichetta.
Dopo pranzo portavamo i bambini in cortile per la ricreazione: era il prato che confinava con gli stabilimenti della S.I.A. (Società Italiana per l’Amianto) che era una delle industrie più importanti dell’area. Lavorare alla S.I.A. era segno di avercela fatta, pagavano bene e c’era il medico in fabbrica, la salute dei dipendenti era sotto controllo con visite frequenti e interventi di profilassi che compensavano la polvere in cui si lavorava per le otto/nove ore canoniche. Poi, andando a casa, gli operai passavano accanto alla bealera, che cambiava colore a seconda della tintura del momento nel Cotonificio Valle Susa del Villaggio Leumann e che poi andava a scaricare sotto la FIAT direttamente nel Sangone, dopo aver tagliato tutte le aree fertili della zona sud ovest di Torino.
Che l’amianto fosse un pericolo lo sapevamo anche allora, infatti consideravamo fortunati i nostri colleghi che, per via dell’ubicazione delle aule, potevano usufruire del cortile davanti alla scuola invece che del retro, come noi.
C’era un piccolo camino che usciva dallo stabilimento con un filo di fumo e consigliavamo agli allievi di stare lontani da quell’angolo; qualcuno di noi si metteva strategicamente nei paraggi per allontanare i testoni che non ascoltavano.
La fabbrica stava già chiudendo, la smobilitazione avveniva per tappe, a mano a mano che l’area si urbanizzava riempiendosi di case di edilizia convenzionata.
Tredici anni dopo, era il 1986, lo stabilimento aveva smesso del tutto di funzionare, ma era ancora tutto lì, con la sua palazzina degli uffici abbandonata ai vandali, i capannoni ancora pieni di macchinari e manufatti lasciati all’abbandono. Lentamente il sito stava diventando un “luogo maledetto”, quei posti che le madri indicano ai bambini come terra del babau per impedire che ci vadano. Mentre si costruivano le case nuove, una parte degli immobili della S.I.A. venivano abbattuti, ma mentre si realizzava un giardino spuntò dalla terra un vascone pieno di olio esausto che stava lì da chissà quanto tempo. Me ne occupai da consigliere comunale, nel frattempo stavo andando via dalla scuola “Bruno Ciari” perchè avevo superato un concorso pubblico per insegnare nelle superiori.
La gente moriva di mesotelioma, non solo gli ex-dipendenti, ma anche i famigliari che mai avevano lavorato nella fabbrica maledetta, ma che avevano respirato l’amianto dai vestiti dei loro cari che venivano a casa con la tuta del lavoro. Cominciava la mobilitazione per ottenere giustizia, nasceva l’Associazione Esposti Amianto, che riuscì a radunare i tanti che soffrivano in silenzio da soli, per farli diventare una collettività che rivendicava il riconoscimento del danno subito e anche la gravità del trattamento che i responsabili della fabbrica avevano riservato a loro e alle loro famiglie. Essi sapevano, ma minimizzavano, negavano l’evidenza, ricattavano chi protestava con la minaccia del trasferimento altrove.
Quando nel 1994 sono stato eletto sindaco, in Italia l’amianto era fuorilegge da due anni, ma la fabbrica era ancora sempre lì, tutta da bonificare e da riconvertire a funzioni nuove, visto che oramai si trovava in mezzo alle case, sorte come funghi nel frattempo. Nella palazzina degli uffici l’archivio medico – documento di grande importanza anche nei processi che si celebrano adesso – era tutto sparpagliato fra i residui di lavorazione, dunque irrecuperabile senza una bonifica preventiva. I capannoni erano ancora nello stato in cui erano stati lasciati quasi 15 anni prima. Con l’aiuto della Procura l’archivio venne raccolto, bonificato, ordinato e oggi è a disposizione degli studiosi e delle autorità giudiziarie, il Comune ha poi varato un piano di riconversione degli edifici. Oggi nella palazzina degli uffici della S.I.A. c’è il Comando dei Vigili Urbani di Grugliasco, in ciò che resta del capannone principale un centro sportivo, negli ex-depositi l’Ecomuseo.
La gente continua a morire, recentemente se ne è andato Dino, una persona cara ammalata di mesotelioma da esposizione all’amianto. Ha raggiunto i tanti che sono morti per aver lavorato tanto e bene, per aver creduto alle bugie della proprietà, per aver messo il lavoro davanti alla salute. Questa sentenza rende giustizia anche a loro che sono morti, speriamo che i vivi la capiscano la lezione…..
Mariano
Convivere con l’amianto
Dopo pranzo portavamo i bambini in cortile per la ricreazione: era il prato che confinava con gli stabilimenti della S.I.A. (Società Italiana per l’Amianto) che era una delle industrie più importanti dell’area. Lavorare alla S.I.A. era segno di avercela fatta, pagavano bene e c’era il medico in fabbrica, la salute dei dipendenti era sotto controllo con visite frequenti e interventi di profilassi che compensavano la polvere in cui si lavorava per le otto/nove ore canoniche. Poi, andando a casa, gli operai passavano accanto alla bealera, che cambiava colore a seconda della tintura del momento nel Cotonificio Valle Susa del Villaggio Leumann e che poi andava a scaricare sotto la FIAT direttamente nel Sangone, dopo aver tagliato tutte le aree fertili della zona sud ovest di Torino.
Che l’amianto fosse un pericolo lo sapevamo anche allora, infatti consideravamo fortunati i nostri colleghi che, per via dell’ubicazione delle aule, potevano usufruire del cortile davanti alla scuola invece che del retro, come noi.
C’era un piccolo camino che usciva dallo stabilimento con un filo di fumo e consigliavamo agli allievi di stare lontani da quell’angolo; qualcuno di noi si metteva strategicamente nei paraggi per allontanare i testoni che non ascoltavano.
La fabbrica stava già chiudendo, la smobilitazione avveniva per tappe, a mano a mano che l’area si urbanizzava riempiendosi di case di edilizia convenzionata.
Tredici anni dopo, era il 1986, lo stabilimento aveva smesso del tutto di funzionare, ma era ancora tutto lì, con la sua palazzina degli uffici abbandonata ai vandali, i capannoni ancora pieni di macchinari e manufatti lasciati all’abbandono. Lentamente il sito stava diventando un “luogo maledetto”, quei posti che le madri indicano ai bambini come terra del babau per impedire che ci vadano. Mentre si costruivano le case nuove, una parte degli immobili della S.I.A. venivano abbattuti, ma mentre si realizzava un giardino spuntò dalla terra un vascone pieno di olio esausto che stava lì da chissà quanto tempo. Me ne occupai da consigliere comunale, nel frattempo stavo andando via dalla scuola “Bruno Ciari” perchè avevo superato un concorso pubblico per insegnare nelle superiori.
La gente moriva di mesotelioma, non solo gli ex-dipendenti, ma anche i famigliari che mai avevano lavorato nella fabbrica maledetta, ma che avevano respirato l’amianto dai vestiti dei loro cari che venivano a casa con la tuta del lavoro. Cominciava la mobilitazione per ottenere giustizia, nasceva l’Associazione Esposti Amianto, che riuscì a radunare i tanti che soffrivano in silenzio da soli, per farli diventare una collettività che rivendicava il riconoscimento del danno subito e anche la gravità del trattamento che i responsabili della fabbrica avevano riservato a loro e alle loro famiglie. Essi sapevano, ma minimizzavano, negavano l’evidenza, ricattavano chi protestava con la minaccia del trasferimento altrove.
Quando nel 1994 sono stato eletto sindaco, in Italia l’amianto era fuorilegge da due anni, ma la fabbrica era ancora sempre lì, tutta da bonificare e da riconvertire a funzioni nuove, visto che oramai si trovava in mezzo alle case, sorte come funghi nel frattempo. Nella palazzina degli uffici l’archivio medico – documento di grande importanza anche nei processi che si celebrano adesso – era tutto sparpagliato fra i residui di lavorazione, dunque irrecuperabile senza una bonifica preventiva. I capannoni erano ancora nello stato in cui erano stati lasciati quasi 15 anni prima. Con l’aiuto della Procura l’archivio venne raccolto, bonificato, ordinato e oggi è a disposizione degli studiosi e delle autorità giudiziarie, il Comune ha poi varato un piano di riconversione degli edifici. Oggi nella palazzina degli uffici della S.I.A. c’è il Comando dei Vigili Urbani di Grugliasco, in ciò che resta del capannone principale un centro sportivo, negli ex-depositi l’Ecomuseo.
La gente continua a morire, recentemente se ne è andato Dino, una persona cara ammalata di mesotelioma da esposizione all’amianto. Ha raggiunto i tanti che sono morti per aver lavorato tanto e bene, per aver creduto alle bugie della proprietà, per aver messo il lavoro davanti alla salute. Questa sentenza rende giustizia anche a loro che sono morti, speriamo che i vivi la capiscano la lezione…..
Mariano
REFERENDUM SULLA CACCIA: SI FA
In pochi ci speravano, ma l’impossibile è successo. A distanza di oltre 25 anni dalla raccolta delle firme necessarie, promossa dalle associazioni ambientaliste piemontesi e sostenuta dai verdi e da altri gruppi politici anticaccia, la battaglia legale ingaggiata dai governi regionali di tutti i colori contro il referendum è finita.
Il referendum si farà in primavera e finalmente i Piemontesi potranno dire la loro. Ora comincia la mobilitazione per impedire che il referendum fallisca per mancanza del quorum e perché tutti i cittadini siano adeguatamente informati, così da andare massicciamente a votare per difendere un bene comune, la fauna.
Il video rappresenta l’intervento finale di una battaglia che ho portato in Consiglio regionale a tutela della tipica fauna alpina. Si è conclusa con la votazione di un ordine del giorno che chiedeva la sospensione della caccia per cinque anni per quattro specie. Io l’ho promosso, ma l’avevano sottoscritto numerosi consiglieri di entrambi gli schieramenti politici. Non è passato per tre voti: lascio a voi indovinare (e poi verificare sul sito del Consiglio regionale del Piemonte) di quale gruppo politico erano i voti mancanti.
Mariano
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